Periferie urbane

La parola periferia ha molti significati e città come Como e Lecco li riassumono. Oltre ad averne più di una, di periferia, queste città sono esse stesse periferie d’Italia, appoggiate fra monti e lago, quassù dove finisce la Milano metropolitana a Sud e cominciano Svizzera e Valtellina, subito a Nord. Ecco perché la parola periferia s’addice a due città che negli anni Sessanta hanno imparato a vivere, ad espandersi e ad accogliere vita nelle periferie.

Allora le periferie simbolo erano da una parte Camerlata, prima della convalle, prima di tuffarsi verso i fasti del centro storico di Como e del lago, e dall’altra Acquate e Germanedo, rioni di fabbriche pesanti e lavoro sudato, di operai con il “toni”, la tuta blu, di sveglie in quelle albe livide per arrivare pedalando in tessitura o alla fabbrica di vergella. Città che accoglievano e integravano la prima ondata di immigrazione, quella dal Sud d’Italia, senza potersi immaginare che mezzo secolo dopo sarebbe arrivata la ben più problematica valanga dal Sud del mondo. E avrebbe fatto scalo direttamente in centro, senza passare dalla periferia.

Il senso della periferia d’Italia, di Lombardia (oltre la centralità di Milano) e di se stessa è dominante. Ma oggi Como e Lecco sono persino periferia di un’altra realtà ingombrante: il mito del Comolake. Esiste, è fortissimo, rappresenta ricchezza, eleganza, turismo di un marchio mondiale. Le ville, gli scorci, Tremezzina, Cloooneyland, Bellagio, Varenna sono il centro di un mondo. E i due capoluoghi, incapaci di andare oltre la loro ricca storia industriale, diventano inesorabilmente periferia. Se ne accorge chi ci abita, se ne accorgono i turisti che passano per mettersi in coda davanti al pontile dei battelli e acquistano un biglietto per andare in centro. In Centrolago.

Periferia, una parola che necessita di una spiegazione non antropologica, ma artistica. E che ci propone un nuovo e vecchissimo modo di essere uomini e cittadini. Uomini interessati agli altri, cittadini che conoscono la solidarietà della parola, del gesto e anche del biliardo. «Io ho sentito molte ballate, quella di Tom Dooley, quella di Davy Crockett e sarebbe piaciuto anche a me scriverne una così. Invece niente, ho fatto una ballata per uno che sta a Milano, al Giambellino: il Cerutti, il Cerutti Gino». (Giorgio Gaber). La periferia è anche musica.

Periferie umane

Noi stessi, piccole città, misuriamo la distanza tra centro e periferia fingendo dapprima di essere centro per poi scoprire di sentirci irrimediabilmente periferia. Lontano dal centro quando ci tocca la malattia, quando ci pare che tutti siano «centro» tranne noi. Quando siamo bambini e il traguardo dell’età adulta è lontano. Quando ci sentiamo Pinocchio e sommiamo errore ad errore. Quando la sconfitta ci trafigge e il cuore è terra grigia e arida senza alcun colore.

Le immagini che accompagnano la rassegna sono state scattate a colori, lavorate stendendo una patina di grigio e lasciando emergere solo alcuni elementi di colore. Da questi punti di rosso, blu e giallo riacquista il centro la scena e attorno ad essi si ricompone il senso della città, dell’esistenza umana, della vita.

La collaborazione con il Festival della Luce – Lake Como 2017, riproposta ancora una volta grazie alla sintonia del tema (solo la luce darà colore alle periferie) e del comune amore per la nostra città, va ad indagare la rivoluzione urbanistica che nasce dalla cura e dalla passione per la realtà e dalla rincorsa continua dell’ideale, del sogno.

Anche il cinema ha voluto dare il suo contributo grazie all’apporto del Lake Como Film Festival proponendo all’inizio di ogni serata gli spezzoni dei film che rimandano alle periferie.

Chiudo presentando la serata di apertura che, confezionata con il nostro BiBazz e con associazioni culturali e autorità della città andrà a celebrare la bellezza perduta del nostro lago e la scommessa che la redenzione delle periferie passa da quell’abbraccio che ci fa svanire insieme nello spazio di carità tra me e l’altro, ogni volta che ci avviciniamo lentamente mostriamo il disarmo delle «ali». Questa è la periferia che ridiventa centro.

Buon viaggio!
Daniela Taiocchi