Incateniamo Prometeo per riprenderci la vita

Techlash, ovvero la caduta degli dei, ovvero l’epocale risacca dopo l’ondata di entusiasmo da parte dell’opinione pubblica verso le grandi aziende tecnologiche idolatrate fino a pochi anni fa. È questo il neologismo che l’Economist ha incluso tra le parole caratterizzanti questo 2018 ed è proprio a partire da questa breccia di incertezza e sospetto che abbiamo lavorato per presentarvi la più bella edizione de Le Primavere.

Come moderni Ulisse, saliamo la nuova torre di avorio dove, curiosamente, solo qualche centinaio di persone in giro per il mondo sta progettando il futuro dell’umanità, mentre gli altri sette miliardi tirano a sera ubriachi dell’euforia che, da qualche decennio, ci fa pensare che la porta verso il futuro dell’umanità, guarita da ogni male e da ogni fatica, sia collocata dalle parti di San Francisco.
In verità, la prosperità e la democrazia promesse dai social network e dalle piattaforme di facile commercio online portano con sé un’umanità che si arrende di fronte alla comodità, consegnando più informazioni sulla propria vita di quante essa stessa pensa di averne.
Per evitare però di far passare la Silicon Valley, nel giro di un amen (o di un like), dalla parte giusta a quella sbagliata della storia, è necessario conoscere e prendere consapevolezza delle conseguenze che ogni nostro gesto porta con sé. L’immagine di Bashar al-Assad (nemico acerrimo della rete) che abbraccia Putin (mandante dei troll che si infilano nelle maglie della rete per influenzare le elezioni altrui), ci insegna che una visione manichea del tema
ne riduce la capacità di comprenderla. Bisogna analizzare luci e ombre dei processi di digitalizzazione in corso e dell’introduzione nelle nostre vite di sistemi intelligenti.
La nostra percezione della realtà, la nostra sensibilità, il nostro pensiero e il nostro vivere insieme stanno cambiando ad opera di un medium digitale che agisce sotto il livello decisionale cosciente e noi dobbiamo comprendere tutti i vantaggi e gli svantaggi che ciò comporta.
La direzione del rapporto tra l’uomo e l’Intelligenza artificiale è quella che ci vede collaborare e quindi, in questo senso, l’intelligenza artificiale può non essere così minacciosa. Ci saranno perdite di posti di lavoro, limitatamente ad alcune occupazioni tradizionali ma, allo stesso tempo, si apriranno anche nuove opportunità. Sistemi diagnostici intelligenti potranno anticipare l’insorgere delle nostre malattie a magari anche curarle. Le nostre fabbriche saranno più veloci e più efficienti nella produzione e questo già oggi sta rivoluzionando interi settori industriali.
Potremo cogliere il volto bello della tecnologia solo se saremo in grado di governarla e se sapremo riportare la tecnica ad essere solo lo strumento che si pone tra noi e la soddisfazione del nostro bisogno. Se come i Greci sapremo reincatenare quel Prometeo che oggi la tecnologia ha forse troppo frettolosamente liberato.

Diego Minonzio
Direttore de La Provincia

Critica della ragion digitale

Il concetto di Intelligenza artificiale non incarna la visione di un futuro lontano, ma è una realtà presente ormai già in molti aspetti della vita quotidiana: la troviamo nei nostri smartphone, quando utilizziamo i motori di ricerca, mentre facciamo shopping online o ci divertiamo sui social media. Il processo di digitalizzazione del mondo e di introduzione di computer che auto-apprendono dalla propria esperienza coinvolge ogni aspetto della nostra esistenza: le nostre relazioni sono mediate da piattaforme social, il nostro lavoro viene sostituito, nella sua dimensione ripetitiva, da macchine più veloci ed efficienti, la nostra casa vive animata da sensori, sul trasporto e sull’energia si sta giocando la grande battaglia tra il green delle energie rinnovabili e la old economy del petrolio, la salute nella sua dimensione di diagnosi e di cura è oggetto di importanti sperimentazioni di intelligenza artificiale e molto altro ancora. Attenzione dunque a non immaginare l’I.a. come un robot-maggiordomo che suonerà alla nostra porta chiedendo di che cosa abbiamo bisogno. È già in mezzo a noi. Al proposito, Roy Amara (ricercatore e presidente dell’Istituto americano per il futuro) ha detto che tendiamo a sopravvalutare gli effetti a breve termine della tecnologia e a sottovalutare quelli a lungo termine. E porta l’esempio del gps che, quando fu utilizzato per la prima volta nella guerra dell’Iraq, aveva una finalità precisa, ma ci è voluto tempo per farlo funzionare come ci si aspettava all’inizio. Soprattutto nessuno immaginava che oggi ci saremmo mossi guidati da navigatori e mappe che utilizzano il gps e ci localizzano in ogni momento.
Ma che cosa significa “digitalizzazione del mondo”? Molto semplicemente vuole dire che ogni processo che è definibile da un algoritmo, ovvero da una formula, può essere automatizzato. Questo implica che le mansioni che siamo in grado di trasformare in “procedure” possono essere compiute da una macchina lasciando l’uomo senza lavoro. Si apre a questo proposito il tema di quali lavori si salveranno (entro 5 anni solo il 60%?) e di che cosa vivranno i nuovi disoccupati. Ne stanno discutendo i “big 5” (Google-Alphabet, Amazon, Microsoft, Apple e Facebook), proponendo reddito di cittadinanza (proposto proprio da Elon Musk), tasse sul lavoro dei robot (Bill Gates) e altro ancora, che sarà opportuno indagare.
E che cosa è l’I.a.? Dobbiamo averne paura? Si tratta di una macchina in grado di apprendere dalla sua esperienza, senza che l’uomo programmatore intervenga sulle conclusioni dei passaggi logici che si succedono. Il problema si pone a diversi livelli: immaginiamo un’auto con il pilota automatico, ovvero senza pilota, che si trova a dover scegliere, a pochi secondi da un inevitabile incidente stradale, se investire e uccidere un gruppo di anziani a lato della carreggiata o un bambino in mezzo alla strada o schiantarsi direttamente: che cosa sceglie? Sulla base di quale etica? Di quella del programmatore dell’auto, di quella collettiva che ha immagazzinato o di un’etica “personale” che al momento non è trasmissibile? Se il motore di ricerca ci suggerisce, anziché un medico competente, un cialtrone che mi danneggia la salute, come faccio a ricostruire l’algoritmo che ha definito questa scelta? È dunque problematica l’I.a. eppure si presenta come un brand di quelli che ci facilitano la vita? Se parliamo di Google, Whatsapp, Facebook, Microsoft, Apple e Amazon in effetti subito li associamo al concetto di comodità e di velocità. Non per nulla Apple, Google, Microsoft, Amazon e Facebook sono le cinque maggiori società al mondo per capitalizzazione in Borsa e sono anche fra le più redditizie. Ma quale è il loro capitale? Siamo noi, ovviamente. Prendiamo ad esempio Amazon il cui valore è cresciuto in poco tempo del 60 per cento. Amazon ha il monopolio dei dati delle abitudini di spesa: essa possiede i nostri dati (al pari di Google e di Facebook), ma in più conosce anche tutto il nostro percorso di scelta, dalla prima ricerca di acquisto o al non acquisto. In sintesi su Google il consumatore cerca e basta: ma è su Amazon, magari venendo proprio da Google, che compra. I sistemi di I.a. elaborano tutti questi dati, ci profilano e attivano meccanismi che ci fanno arrivare proposte e messaggi che rispondono ai nostri gusti.
Quale futuro ci aspetta? Chi lo sta programmando? La Silicon Valley di oggi è la nuova Atene?
È nella patria dei colossi tecnologici che si gioca il futuro del mondo. È lì che si producono pensiero e visione. Sono i miliardari che comandano Microsoft, Tesla e Facebook a parlare di idee, quando non a incarnare vere e proprie ideologie. Sono loro a schierarsi in USA contro il divieto di immigrazione sostenuto da Trump; sono loro a guidare le proteste contro le discriminazioni ai transgender e sono sempre loro a programmare il futuro delle risorse energetiche. Musk sta costruendo quattro Gigafactory all’anno con l’obiettivo di arrivare a 100 per coprire il fabbisogno energetico mondiale. È sempre lui a immaginare i viaggi su Marte ed è Jeff Bezos a programmare la colonizzazione della Luna. È Zuckerberg, con il suo manifesto di seimila parole, che si propone di salvare il mondo attraverso Facebook, che da social network dovrebbe diventare una vera e propria infrastruttura sociale per dare alle persone il potere di costruire una comunità globale. Il suo obiettivo è connettere i miliardi di cittadini ancora offline tramite il progetto chiamato “internet.org”. Suo è il progetto di curare, entro la fine del secolo, tutte le malattie esistenti.
Il fondatore di Alibaba, Jack Ma, è preoccupato per lo sviluppo dell’automazione, nello stesso tempo però ritiene che compagnie come la sua possano avere un impatto positivo su questo fenomeno. «Noi abbiamo la responsabilità di avere un cuore buono e di fare qualcosa di buono. Garantire che tutto ciò che facciamo sia indirizzato verso un futuro migliore». «Quindi, ha aggiunto in un discorso che ha tenuto nel recente summit di Davos, persone come noi hanno soldi e risorse e dobbiamo spenderli nella tecnologia che potenzia gli esseri umani, li rafforza e rende le loro vite migliori». La tecnologia produrrà molte persone di successo e carriere interessanti, ma nello stesso tempo genererà anche seri problemi sociali. Per affrontarli e risolverli, prima che possano scatenare il caos, Jack Ma ha riportato alla mente le catastrofi del passato: «La prima rivoluzione tecnologica causò la prima guerra mondiale e la seconda rivoluzione tecnologica causò la seconda guerra mondiale». Dopo l’ammonimento però il fondatore di Alibaba ha indicato anche la strada per non ricadere negli errori del passato: «Ora stiamo vivendo la terza rivoluzione tecnologica. Se ci sarà una terza guerra mondiale io penso che dovrebbe essere dichiarata contro le malattie, l’inquinamento, la povertà e non contro noi stessi». Il segreto per indirizzare in positivo la rivoluzione tecnologica in corso ed evitare che l’intelligenza artificiale si trasformi in una minaccia per la sopravvivenza dell’umanità sta soprattutto nella creatività e nello spirito di collaborazione. Ovvero fare appello all’intelligenza umana che saprà, più di ogni algoritmo, indirizzare nella direzione del bene le nuove risorse.
Nessuno di questi signori però ha inventato dal nulla le macchine pensanti. Gli studi di I.a. hanno origini ben lontane. Bisogna risalire al 1956 quando Marvin Minsky ha creato la disciplina scientifica Artificial Intelligence partendo dal concetto che «Niente di ciò che fa il cervello umano è in alcun modo soprannaturale. Pertanto deve essere possibile insegnare questa attività alle macchine». Tra alti e bassi questa scienza ha impiegato 40 anni (anziché i pronosticati dieci) per programmare il computer Deep Blue che ha battuto agli scacchi Kasparov. Era il 1997, ventuno anni fa. Ed ecco le due scuole di pensiero che si sono affrontate in questi decenni riguardo la costruzione delle macchine intelligenti. Per molti la cosa più sensata era costruire macchine che ragionassero secondo una serie di regole e una logica, rendendo trasparente il loro funzionamento. Altri ritenevano invece che l’intelligenza si sarebbe sviluppata più facilmente se le macchine avessero seguito l’esempio della biologia, imparando dall’osservazione e dall’esperienza. A oggi ha vinto la seconda strada e la macchina si programma da sola. Probabilmente evolve più velocemente, però a questo punto per sua natura (per la natura che gli abbiamo dato noi) il deep-learning è una scatola nera. Ondate di sviluppo e di entusiasmo per questa scienza si sono alternate a momenti di disillusione. Oggi cavalchiamo una di queste ondate di entusiasmo in quanto i computer sono molto più capaci di carpire e processare i dati. Inoltre ci sono sempre più dati da acquisire grazie ai progressi della digitalizzazione e dei big data. A proposito di quantità di dati, è incredibile constatare che solo nel 2017 abbiamo generato tanti dati quanti ne erano stati prodotti nell’intera storia dell’umanità fino all’anno precedente. Ma tra dieci anni la quantità totale dei dati diffusi raddoppierà ogni 12 ore!

È tutto oro quello che luccica? Direi di no. Il 2017 ha tenuto a battesimo il neologismo fake news (notizia falsa) preceduto, nel 2016, da un altro neologismo, la parola dell’anno: post truth (la post-verità). Le diverse società e le diverse epoche hanno avuto una propria verità: la verità filosofica, quella greco romana si rifà a Parmenide “Il cuore inconcusso della ben rotonda verità”; la verità cristiana è Gesù stesso “Io sono la Verità”; la verità scientifica poggia sulle idee chiare e distinte cartesiane che fanno piazza pulita di miti e superstizioni. A partire dal Novecento è nata una consapevolezza per la quale non esiste la Verità, ma esistono le verità. Tutte le verità sono solo delle grandi narrazioni (Lyotard) e dunque il compito della ragione non è più la ricerca della verità, ma una comprensione della instabilità delle molte verità che consente il dialogo e il rispetto fra uomini e culture diverse. Con il termine post-verità la società attuale, che è caratterizzata dalla contemporaneità e dalla immediatezza, è stata definita con esattezza nella sua tendenza prevalente: valutare un’affermazione non per il suo valore di verità, ma perché corrisponde alla sensibilità e al narcisismo emotivo. In una parola: immediatezza. L’uomo postmoderno, perduta la memoria del passato e privo di speranza per il futuro, vive nel presente, nel carpe diem e nell’ora che fugge. La verità è il qui e ora per un momento. Una tale società non produce gli anticorpi per smascherare le fake news. Per rifiutare il falso, occorre il vero, non come verità definita e indiscutibile, ma come tendenza e aspirazione di avvicinarsi senza fine a una verità che pienamente rimane irraggiungibile (la filosofia non è possesso, ma amore, nel senso di ricerca, della verità). Vale, forse, quanto Gilbert Chesterton affermava di Dio: «Chi non crede in Dio non è vero che non crede in niente, perché comincia a credere in tutto».

Daniela Taiocchi